25 Aprile – La memoria di un popolo tra radici e frequenti amnesie

25 aprile

“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”. Istantanea, tranchant ma lucidissima, scattata da José Saramago sull’uomo contemporaneo e sulle sue frequenti amnesie

25 APRILE 2017

di Ersilio Mattioni

“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”. Istantanea, tranchant ma lucidissima, scattata da José Saramago sull’uomo contemporaneo e sulle sue frequenti amnesie. Ritratto, con più ombre che luci, sul tempo presente. Monito che ci riguarda da vicino, perché l’abbiamo creata noi la società dell’accelerazione, del ‘sempre connessi’, del tempo da consumare in movimento e dall’attesa come spreco. L’abbiamo creata noi e adesso ci divora. Il meccanismo innescato non si ferma e si può soltanto correre, sovente senza meta.

Uno spasmodico inseguimento del nulla, che dissemina il tracciato di tante, troppe cose. Perdute o ricordate a fatica, solo perché scritte nero su bianco sui calendari, che scandiscono il nostro anno tra giornate di lavoro e ricorrenze di festa. Giorni occupati e giorni liberi, dove si fa vacanza. Il 25 Aprile è diventato uno di questi. Tanto che un sindaco abolisce persino il corteo e lo rimpiazza con una festa; tanto che è rimasto un manipolo di romantici idealisti a celebrare la giornata della libertà; tanto che cresce il becerume di quelli che vorrebbero il ritorno di duci e ducetti, perché prima si stava meglio e i treni, com’è noto, arrivavano in orario.

Parole pronunciate nella più totale inconsapevolezza, parole che segnano lo smarrimento dell’unica bussola possibile per un popolo degno di tale nome: la memoria. Eppure chi sa guardare indietro rinnova il proprio sguardo, lo risana. E così lo rende adeguato per guardare avanti, immaginando un futuro che sia, insieme, fantasia di mondi che ancora non esistono e custode di radici che ci determinano, che imprimono un senso all’uomo nell’era – da vivere, non da rinnegare – dello sradicamento planetario. Nell’avanzata di una globalizzazione, che tende alla ‘reductio ad unum’, la memoria è l’unico strumento per salvare le irriducibili differenze. La nostre, come quelle dei popoli diversi da noi, lontani.

Sfilare in corteo, ricordando chi ha combattuto ed è morto nel nome di un ideale, sembra una prassi del passato, un linguaggio che non ci appartiene più. Nulla, in effetti, appartiene più a chi, privo di strumenti, si sente artefice di un destino psichedelico, determinato dalle macchine e dalla tecnica. E’ la grande lezione di Martin Heidegger, per decenni strumentalizzata a destra e inascoltata a sinistra. In generale, ignorata dall’intero Occidente. Fino al dissolvimento dell’antico ‘nomos’ – che è terra, dunque radici – con le idee che muoiono sotto i micidiali colpi di Facebook, bar virtuale dove puoi sempre essere ubriaco e puoi pure professare opinione, senza che qualcuno si alzi e ti rimetta al posto. Testimonianza dei devastanti nostri anni, vissuti con incredibile leggerezza sulle macerie del mondo.

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