Intervista al capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che spiega come la ‘ndrangheta ha conquistato gli imprenditori del Nord

14 MAGGIO 2018

di Alessandro Boldrini

MILANO – “La ‘ndrangheta ormai si è ben radicata, da almeno 40 anni a questa parte, nel nostro territorio”. Sono parole chiare, che lasciano poco spazio a dubbi, quelle pronunciate dalla dottoressa Alessandra Dolci, procuratore aggiunto e coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Milano. Al giorno d’oggi, infatti, le mani delle cosche calabresi hanno finito per invadere tutto l’Altomilanese, arrivando a muovere le fila del mondo imprenditoriale, ma soprattutto di quello politico.

Dottoressa Dolci, insieme alla Procura di Monza state coordinando un’inchiesta relativa ai rapporti tra mafia e politica, che lo scorso settembre ha portato all’arresto del sindaco di Seregno, Edoardo Mazza (FI). Com’è articolata l’indagine?

“È un procedimento che nasce presso la Dda di Milano e che ha visto tra i soggetti indagati un imprenditore di Seregno, Antonino Lugarà, nei confronti del quale non abbiamo raccolto elementi sufficienti per una contestazione di reati di nostra competenza. Sono emersi reati contro la pubblica amministrazione commessi a Seregno, e quindi abbiamo trasmesso gli atti all’autorità competente”.

È una questione territoriale, dunque?

“Esatto. Sono emerse ipotesi di reato commesse a Seregno, e di conseguenza se n’è occupata la Procura di Monza, che ha poi sviluppato le indagini e formulato una richiesta di misura cautelare”.

Secondo alcuni dei politici coinvolti, come l’ex vicegovernatore lombardo Mario Mantovani, questa indagine è solo l’ennesimo attacco della Magistratura in campagna elettorale. Come si sente di rispondere?

“Non saprei che commento fare. Io rispondo solo delle mie indagini”.

Nel 2013, a seguito degli sviluppi dell’inchiesta ‘Zambetti’, è stato sciolto per mafia il Comune di Sedriano, nel Milanese. Credo che questo episodio sia un ‘unicum’ o possa diventare un precedente in Lombardia?

“Il rischio concreto che possa ripetersi c’è. Sedriano è stato il primo caso, ma non so dire se si tratta di un ‘unicum’. Per questo in tutte le nostre indagini monitoriamo attentamente il tema della locazione dei voti della ‘ndrangheta durante le competizioni elettorali, soprattutto a livello locale”.

Secondo lei la pubblica amministrazione, e gli enti locali in particolare, reagiscono in modo adeguato al fenomeno mafioso?

“Certamente c’è una sensibilità delle amministrazioni comunali sul tema. Non di tutte, ma della gran parte sì. Spesso i sindaci dei Comuni coinvolti nelle nostre indagini hanno organizzato incontri e convegni pubblici ai quali io stessa ho preso parte. Se poi sono solo comportamenti da ‘paladini di facciata’ della legalità non lo so. Ma tutto ciò lo colgo come un segnale positivo”.

E la risposta della cittadinanza è soddisfacente?

“Colgo positivamente anche il fatto che le comunità locali partecipino sempre molto numerose. Ciò significa che sono persone che hanno voglia di informarsi e di conoscere”.

E conoscere è abbastanza?

“Sì, perché conoscere significa saper riconoscere il fenomeno mafioso. Riconoscendolo ci si può adeguare di conseguenza”.

In che modo?

“Innanzitutto bisogna isolare queste parti della comunità cittadina. O comunque tenersi a distanza. Cosa che purtroppo non viene fatta”.

Di questi convegni ne ricorda uno in particolare?

“Ricordo un bellissimo incontro a Rescaldina, presso il ristorante ‘La Tela’, gestito da una cooperativa locale e sequestrato alla famiglia Medici (sorride, ndr). Dà una certa soddisfazione entrare in un bene confiscato e vedere che è stato destinato a fini sociali”.

Durante questi incontri ripete spesso una frase…

“Che nei paesi piccoli ci si conosce tutti e che si sa tutto di tutti”.

Giusto. Anche Arluno, nel Milanese, è un paese di neanche 12 mila anime. Eppure in pieno centro ha operato indisturbato per anni un sodalizio criminale guidato da Francesco ‘Ciccio’ Riitano, referente della cosca Gallace di Guardavalle. Com’è possibile che, prima dell’inchiesta ‘Area 51’, nessuno si sia mai accorto di nulla?

“Forse dipende dal fatto che la contestazione principale di ‘Area 51’ fosse il traffico di stupefacenti, e non il 416 bis (associazione di tipo mafioso, ndr). Anche se dubito fortemente che nessuno sapesse nulla”.

La base logistica del sodalizio era una corte in pieno centro, infatti.

“Appunto. Comunque, può anche essere che le persone per timore, o per convenienza, facciano finta di non vedere. Ma questo è un altro discorso. Resto convinta che nelle piccole comunità ci sia ancora un forte clima di ‘spionaggio’ reciproco tra vicini di casa”.

Un forte controllo sociale, insomma.

“Fortunatamente sì”.

Il referente del sodalizio, Riitano, ad oggi è latitante. Secondo lei, è plausibile che si nasconda ancora nel nostro territorio, aiutato magari dai Gallace?

“Posso solo dire che dobbiamo cercarlo meglio. Se non l’abbiamo ancora trovato è perché non l’abbiamo cercato abbastanza”.

A poca distanza da Arluno, a Vittuone, dei soggetti ignoti hanno esploso dei colpi di pistola sulla vetrina di un negozio di pakistani. Una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti è che si tratti di un’intimidazione della malavita cinese. La ‘ndrangheta ha mai stretto rapporti con altre mafie per ‘fare affari’?

“Un legame di questo tipo non è mai stato documentato”.

Eppure molte altre mafie hanno preso a modello la ‘ndrangheta. Perché? Cosa può insegnare l’Onorata Società?

“Molto. Perché la ‘ndrangheta è in questo momento la mafia vincente. Ha una struttura organizzativa che ben si adatta alla colonizzazione di territori diversi da quelli di tradizionale insediamento. A differenza di Cosa Nostra (la mafia siciliana, ndr) è dotata di una forte coesione interna, dovuta a una mutazione genetica”.

In che senso?

“Nel senso che la ‘ndrangheta ha capito che il radicamento comporta seguire i processi di legittimazione del consenso. E sta acquisendo sempre più consenso nei territori del Nord Italia, perché dà lavoro, risolve problemi e garantisce protezione agli imprenditori lombardi”.

Dei ‘benefit’ che difficilmente altri potrebbero assicurare.

“Esatto. Nessuno li assicura”.

Un’ultima domanda. Nel 2018, il rapporto tra ‘La Mamma’, vale a dire la Calabria, e la Lombardia è ancora così stretto e imprescindibile come nel passato?

“A questa domanda posso solo rispondere che ci stiamo lavorando. Interessa anche a noi dare queste risposte”.

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