Il 24enne Stefano Truzzi è rinato grazie alla sua squadra di calcio, l’Us Inveruno (nel Milanese), dopo l’omicidio della madre commesso dal padre: la sua storia

8 OTTOBRE 2018

di Vanessa Valvo

INVERUNO (MILANO) – “Il consiglio che posso dare è di godersi tutti i bei momenti con i propri cari, perché poi ci si accorge di quanto è brutto quando non sono più vicini a noi”. Stefano Truzzi ha solo 24 anni, ma ha quella profonda assennatezza di chi ha vissuto un dramma umano e sta cercando di superarlo, trasformandolo in qualcosa che possa rivelarsi utile per gli altri. E in questo tentativo, la squadra dell’Us Inverunese, in cui milita da 4 anni, lo ha sicuramente aiutato.

Il dramma

Tutto comincia in quell’indimenticabile 19 aprile 2018, solo pochi mesi fa, quando Stefano avvisa il suo mister che non avrebbe partecipato agli allenamenti al campo di via Lazzaretto a Inveruno, nel Milanese. Il motivo è una tragedia familiare: purtroppo il padre Giorgio, di 57 anni, aveva appena compiuto quel gesto estremo che qualcuno in famiglia era arrivato a temere ma che mai fino ad allora aveva creduto potesse davvero capitare. Con una pistola, detenuta illegalmente, l’uomo ha sparato contro la madre di Stefano, Valeria, colpendola mortalmente, proprio mentre si stava dirigendo in auto verso la stazione di Bovisio Masciago per andare a prendere la figlia minore. L’uomo, poi, si è costituito al comando dei Carabinieri di Seveso, città dove viveva proprio con il figlio Stefano. Il racconto di Stefano

“La mamma era andata via di casa da poche settimane – ricorda Stefano – e purtroppo temevamo un evento drammatico, tant’è che avevamo denunciato già nostro padre, anche se poi avevamo ritirato la querela. Questo è un altro consiglio che posso dare: andare sempre fino in fondo in queste situazioni”. Stefano dall’epoca si è unito alla battaglia contro il femminicidio, insieme a un’associazione di psicologi di Monza, che si chiama ‘Adagio’, a favore della quale a luglio ha anche organizzato un quadrangolare di calcio presso l’oratorio di Seveso per raccogliere fondi. “Lo sport è sempre stata la mia passione – spiega – tanto che mi sono laureato in Scienze motorie e ora faccio il personal trainer, oltre a giocare nell’Inverunese. In squadra sono tornato praticamente subito, ho voluto reagire piuttosto che piangermi addosso. Non sono mancato agli allenamenti nelle settimane seguenti all’omicidio di mia madre e ho giocato le ultime due partite di campionato con la fascia da capitano. Il mister ha cercato di mettermi al centro in quei giorni, dandomi quel ruolo”.

La solidarietà della squadra

La società calcistica si è stretta da subito attorno al suo centrocampista, come una famiglia sicura. “Lo abbiamo visto crescere dal punto di vista professionale e lo abbiamo sempre sostenuto – afferma il direttore sportivo Davide Raineri – anche nei momenti più difficili, apprezzandolo sia come giocatore, che come uomo”.

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