Crisi, pasticcio quote latte e divieti dell’Europa: viaggio nelle aziende agricole, che tirano avanti per passione

2 FEBBRAIO 2016

di Ersilio Mattioni, Riccardo Sala e Stefano Galimberti

ALTOMILANESE – “Non c’è futuro per i giovani agricoltori”. La sentenza arriva subito, netta, e senza giri di parole, non appena iniziamo a parlare con i soci dell’Azienda Agricola Bongini ad Arluno o con quelli della Cooperativa San Rocco di Magenta. E non sono casi isolati: le stesse parole ritornano implacabili mano a mano che il nostro viaggio prosegue fra i paesi dell’Altomilanese, dal Magentino al Castanese, dove in molti hanno alzato bandiera bianca, trasformando le stalle per le mucche in pensioni per i cavalli di facoltosi cittadini che amano l’equitazione ma non hanno tempo di pulire e nutrire i loro purosangue. Così il reddito, per le aziende, è salvo. L’agricoltura, intesa anche come produzione, invece no: è morta.

Allarme ‘quote latte’

Chi resiste lo fa con fatica. Nel Magentino ci raccontano che “negli ultimi 10-15 anni il mercato è crollato del 50 per cento”. E i primi a soffrirne sono proprio loro, agricoltori e allevatori, i primi a subire il prezzo imposto dalle cooperative che fanno da intermediari con le aziende della grande distribuzione. “Senza le quote latte (introdotte a suon di polemiche sul finire degli Anni ’90 e oggi di nuovo abolite, ndr) sarà anche peggio”, racconta un allevatore di bovini: “Se prima c’era il problema delle multe e dei controlli, da quest’anno, senza più un tetto alla produzione, il prezzo è destinato a scendere ancora, e i guadagni, già miseri, a rasentare lo zero”.

L’Europa e i controlli

Già, i controlli. “Quelli del settore primario sono affidati a Bruxelles e portano con sé molti paradossi, come il mais: chi lo produce da noi, rispettando ogni tipo di vincolo, guadagna 151 euro al quintale, chi lo produce al di fuori dell’Unione europea 191, 40 euro al chilo in più”. Impossibile competere. A complicare le cose ci si mette pure il clima: quando l’inverno non è stato mite, in Lombardia si contano i danni dovuti al maltempo. Nel 2014, per esempio, la Cia (Confederazione italiana agricoltori) ha calcolato 25 milioni di euro di perdite. A ciò si aggiungano i danni causati dai cinghiali, senza considerare Bruxelles la sua politica fatta solo di divieti (a questo proposito si può leggere anche l’intervista a Enzo Locatelli, segretario Coldiretti di Abbiategrasso)

Grandi opere contro l’agricoltura

Il lavoro è duro, e senza vacanze: ci si alza prima delle 5, per mungere il latte, si passa la giornata sotto il sole per la cura dei campi. Ma la fatica non è mai abbastanza. Alle difficoltà insite nel mercato, infatti, si aggiungono le decisioni della politica sul territorio. Nessuna fra le grandi opere pubbliche ha giovato agli agricoltori: la costruzione del Tav, il treno super veloce, come le ultime strade extraurbane che collegano i nostri paesi, hanno provocato l’esproprio delle terre, con gravi ritardi nel pagamento degli indennizzi, mentre l’interramento di alcuni canali, per far spazio alle piste ciclabili e ai ‘percorsi salute’ nelle aree verdi, ha impedito l’accesso alle fonti primarie di irrigazione.

Terra e passione

“Andiamo avanti per passione, perché la terra è la nostra storia, e per avere qualcosa da lasciare ai nostri figli, ma ormai viviamo solo dei guadagni del passato”. Allora ci si arrangia con la vendita al dettaglio e la valorizzazione del prodotto a chilometro zero, intrapresa da alcuni comuni, oppure si diventa fornitori di fiducia di questo o quel ristorante. Ma per sostenere i fatturati la tendenza è quella di cambiare mestiere: dai campi agli agriturismi, dagli allevamenti ai maneggi per cavalli.

Pensioni per cavalli

Ed è proprio ciò che sta succedendo nel Castanese e nel Legnanese, dove decine di aziende hanno chiuso i battenti e altre hanno dovuto riconvertirsi al business dei cavalli. E’ il caso del Murnee di Busto Garolfo, ormai divenuto agriturismo e maneggio. Oppure l’azienda di Andrea Monella a Furato d’Inveruno: ha dimesso le stalle per realizzare comodi box per stalloni. Agli agricoltori non piace questo andazzo, perché – raccontano – “i campi e le mucche ti restano nel cuore, sono stati a lungo il nostro lavoro, come pure la nostra grande passione. Ma non sono più una fonte di reddito sufficiente”. I cavalli sì. Basti pensare che si spende in media 200-250 euro al mese per affittare un box per il proprio puledro. E se si desidera che qualcuno dell’azienda agricola lo pulisca e lo nutra, il prezzo lievita fino a 450-500 euro. Il tutto tralasciando i casi di cavalli di razza o da gara, che richiedono trattamenti particolari. I quali possono costare fino a 1.500 euro mensili.

La riconversione

L’agricoltura cambia volto: basta campi di mais e cereali, ma terreni da cui ricavare fieno e paglia. Basta latte e bestiame da mettere in commercio, ma contadini che diventano maestri di equitazione per offrire ai nuovi clienti i servizi richiesti. Si chiama riconversione. E mette un po’ di tristezza.