Inchiesta – Il campo Rom tra degrado e sporcizia: “Lasciateci vivere così”

Un viaggio nel campo rom di viale Borletti
Il campo rom di viale Borletti, a Corbetta, nel Milanesae.

Viaggio nel campo nomadi di Corbetta, nel Milanese, dato alle fiamme per un litigio. Un falò per scaldarsi, 2 roulotte che cadono a pezzi, 7 abitanti, tra cui un 13enne che da anni non va a scuola

6 DICEMBRE 2017

di Francesca Ceriani e Alessandro Boldrini

CORBETTA (MILANO) – Tutti ne parlano, ma nessuno è mai andato a vedere qual è la situazione reale in cui vivono i nomadi di Corbetta, nel Milanese. Noi, invece, abbiamo fatto un giro al campo rom di viale Borletti e abbiamo parlato con i suoi abitanti.

La storia di Oscar

Ad accoglierci è Oscar, un ragazzino di 13 anni, che parla perfettamente la nostra lingua: “Sono nato qui, a Magenta”, ci dice. Si sta scaldando le mani e i piedi scalzi alle ­fiamme di un falò di fortuna. Accanto a lui la nonna che ha solo 57 anni e ci guarda con diffidenza. Oscar, invece, superata l’iniziale titubanza, ci racconta come trascorre la vita all’interno del campo. Dopo l’incendio doloso di venerdì 10 novembre, avvenuto a causa di un litigio tra alcuni componenti delle due famiglie del campo, sono rimasti in 7: la famiglia del ragazzo, formata da altre 3 persone (padre, madre e nonna) e quella dello zio, in cui probabilmente vive un altro minore.

“Non vogliamo andarcene”

“Viviamo bene qui – continua Oscar – non abbiamo bisogno di aiuto e non vogliamo lasciare il campo per andare a vivere in una casa. Nel fine settimana sistemeremo tutto: raccoglieremo le ceneri dell’incendio e metteremo la ghiaia e il campo tornerà come prima”. A guardare però lo stato in cui versa l’area non si direbbe che gli abitanti vivano in condizioni igienico-sanitarie ottimali: tra rifiuti abbandonati e sporcizia sono parcheggiate le due roulotte, semidistrutte e tenute insieme grazie al nastro adesivo, dove mangiano e dormono Oscar e i suoi parenti. Originari della Bosnia, le due famiglie si sono stanziate a Corbetta da oltre 10 anni, mentre prima vagavano tra i paesi limitrofi­: “Abbiamo abitato per anni a Busto Garolfo, ma qui ora stiamo meglio”, ci racconta il ragazzo.

C’è chi vuole mandarli via

Oscar non va a scuola, “non mi piace”, ci raccon­ta; parla bene l’italiano e sappiamo che ha ­ finito la quinta elementare, ma non basta: la scuola, per legge, è obbligatoria ­fino al compimento dei 16 anni. E allora perché non intervengono gli assistenti sociali del Comune? Ma a questa domanda Oscar non sa rispondere. E nemmeno noi. Eppure il Comune è perfettamente a conoscenza della situazione in cui versa il campo e conosce i suoi abitanti. Lo sa il sindaco, Marco Ballarini e lo sa la Polizia locale, che nei giorni scorsi ha fatto un ‘blitz’ nel campo. “Oscar, sai che c’è chi vorrebbe che ve ne andaste?”, gli domandiamo. “Sì, lo so, l’ho sentito dire – confessa dispiaciuto, lo sguardo rivolto verso terra – Ma qui, prima dell’incendio, non è mai successo niente (anche se, stando alle testimonianze raccolte tra i residenti della zona, abbiamo saputo che il campo aveva preso fuoco altre volte e che i litigi erano all’ordine del giorno, ndr). Noi viviamo bene qui”. Facciamo fatica a sentire le sue parole: il treno passa a pochissimi metri dalle roulotte. Eppure lui sembra non farci caso, forse abituato a quello sferragliare. Glielo facciamo notare, ma lui continua a sostenere che “non corriamo nessun pericolo restando qui”. Si fa fatica, forse, a comprendere il loro stile di vita. Lo si guarda con sospetto e diffidenza. Noi che ci siamo stati non possiamo negare che queste persone vivano nel degrado: eppure a loro sembra davvero andare bene così.

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