A Castano Primo, nel Milanese, la giunta Pd non trova l’accordo con gli islamici per costruire il luogo di culto: il caso finisce in Tribunale

23 GENNAIO 2018

di Pinuccio Castoldi

CASTANO PRIMO (MILANO) – A Castano Primo, nel milanese, l’accordo tra i pakistani dell’associazione ‘Madni’ e l’Amministrazione Pd per costruire una moschea è lontano. Il Comune, in un primo momento, aveva concesso il permesso di ristrutturare la sede del gruppo, salvo poi ripensarci e bloccare tutto a causa della nuova normativa regionale ‘anti-moschee’. Un errore del funzionario incaricato ha di fatto messo in ginocchio l’associazione, che ora si trova con una sede quasi impraticabile, con lavori lasciati a metà e poi bruscamente stoppati.

Il caso finisce in Tribunale

La vicenda verrà presto discussa in tribunale e purtroppo a tutt’oggi non si è riusciti a trovare alcun accordo che potesse evitare la soluzione giudiziaria. Da parte dei pakistani permane la disponibilità a trovare un’altra sede alternativa a quella contestata di via Friuli, tuttavia ci sono due impedimenti che non permettono di praticare questa via. Innanzitutto il fatto che l’associazione, dopo avere già sostenuto un grosso sforzo finanziario per l’acquisto dell’attuale immobile e per l’avvio dei lavori di ristrutturazione, non dispone più delle risorse necessarie per acquistarne un altro (servirebbero almeno 200.000 euro), vista la difficoltà di rivendere il complesso oggi occupato, sconvolto da opere edilizie lasciate a metà. Inoltre non c’è la certezza che a un altro edificio che si volesse acquistare venga riconosciuta nel Pgt una nuova destinazione d’uso.

Il presidente: “Il Comune ha sbagliato”

“E’ il Comune che ha sbagliato – dice il presidente Mohammed Shahbaz – e non è giusto che noi ne subiamo le conseguenze. Prima ancora della vicenda del permesso per la ristrutturazione prima concesso e poi revocato nel 2016, già nel 2013, con l’Amministrazione precedente, ci era stato dato il benestare al trasferimento della sede associativa da via Moroni all’edificio di via Friuli, che abbiamo acquistato rinunciando a prenderne un altro in zona industriale proprio perché il Comune era d’accordo. Prima di attivarci per qualsiasi permuta chiediamo che venga fatta la variante al Pgt, ma ci è stato detto che questa è un’operazione che non si può fare in tempi brevi. A questo punto noi senza garanzie non facciamo nulla e aspettiamo che sia il tribunale a pronunciarsi”. Il presidente esprime inoltre un forte disappunto condiviso da molti altri soci. “Si parla tanto di intercultura – dice Shahbaz – ma in realtà non si fa niente per aiutare le comunità d’origine straniera a coltivare le proprie radici. Io ed altri non siamo intervenuti alla cerimonia per le nuove cittadinanze perché ci sembra una manifestazione vuota e siamo indecisi se continuare a partecipare alla Consulta, che sinora non è servita a niente. I pakistani che hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono ormai piuttosto numerosi e lo saranno ancora di più nei prossimi anni. Siamo parte integrante della comunità cittadina e per questo ci aspettiamo una maggiore considerazione”.

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