‘Ndrangheta – Ritratto delle donne dei boss, che sono diventate ‘capi’

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Nell’inchiesta ‘Area 51’ (21 arresti nell’Altomilanese per mafia e droga) compaiono molti nomi femminili: mogli, fidanzate o ‘semplici’ collaboratrici dei boss. Quando i loro uomini finiscono in carcere, sono le donne a prendere in mano le redini del business: gli affari non si fermano mai

20 OTTOBRE 2017

 di Francesca Ceriani

ALTOMILANESE – Si improvvisano meccanici, prestano cellulari e appartamenti, organizzano trasferte e si reinventano come traduttrici: sono le donne della ‘ndrangheta, mogli, fidanzate o ‘semplici’ collaboratrici dei boss. Numerosi i nomi femminili nell’inchiesta ‘Area 51’, che lo scorso maggio portò all’arresto di 21 persone, sgominando un’associazione di stampo mafioso con base logistica ad Arluno e con il clan Gallace di Guardavalle in regia. Scopo del clan di ‘ndrangheta: l’importazione e lo spaccio di grandi quantitativi di droga.

Il ruolo del ‘gentil sesso’

Nel gruppo criminale, dunque, anche le donne: quelle che, per amore, hanno chiuso gli occhi di fronte all’evidenza; quelle che, perfettamente consapevoli, hanno rivestito ruoli di primo piano al fianco di uomini senza scrupoli, dediti notte e giorno a coltivare affari milionari grazie ai traffici illeciti di stupefacenti, in Italia e nel mondo. Tra le donne di spicco, troviamo Silvana Colombo che, in virtù della sua conoscenza dello spagnolo (la donna, infatti, è nata in Cile, ndr), è stata ‘usata’ da Francesco Riitano (capo dell’organizzazione con base ad Arluno) e dal suo braccio destro, Alfio Di Mare, come interprete nelle lunghe trattative con i cartelli colombiani per importare ingenti partite di cocaina, predisponendo i testi delle comunicazioni. E Anxhela Markvukaj, giovane di origine albanese, che ha organizzato il viaggio dei boss a Barcellona, prenotando a nome suo la stanza dell’Hotel Catalonia Eixample e si è improvvisata meccanico, aiutando Riitano durante la bonifica della sua automobile, alla ricerca di microspie.

Gli esperimenti

Monica Zanella, invece, si è intestata una Mercedes utilizzata dal clan. La 45enne, sentendosi sfruttata, arrivò a proporre a un’amica di trafugare una piccola quantità della droga, che il boss nascondeva nell’auto a lei intestata, per poi rivenderla. Operazione assai rischiosa, che la donna infatti non porterà a termine. Anzi, rientrerà presto nei ranghi, offrendo all’organizzazione mafiosa pure l’uso di un suo immobile a Casorezzo, dove i boss faranno esperimenti con droga e ammoniaca. “L’odore – dirà Zanella all’amica – filtrava sotto le porte. Ho dovuto tenere la bambina in camera per due giorni”. Sono rari i momenti in cui queste donne lasciano spazio alle loro emozioni, al loro lato più umano. Giusto qualche cedimento sotto Natale oppure una confidenza all’amica del cuore, perché “tira un’aria brutta” e la paura degli arresti prende il sopravvento. Per il resto, fedeltà agli uomini delle cosche, sottomissione e silenzio complice.

Una singolare ‘emancipazione femminile’

Queste donne sono spregiudicate, godono dei benefici di essere le compagne dei ‘boss’ e spendono i soldi ‘sporchi’ della droga. Non è un caso se Viviana, fidanzata di uno dei trafficanti, si sfogherà dopo la fine della sua relazione d’amore tirando in ballo, ancora una volta, il denaro: “Mi ha tradito per soldi. Sono vittima di uno sporco tradimento fatto unicamente per lo sporco denaro”. Se in passato il ruolo del gentil sesso nei clan mafiosi fu sempre marginale, oggi si assiste a una singolare ‘emancipazione femminile’. Le donne, un tempo mogli e casalinghe, scalano la gerarchia delle organizzazioni criminali. E assurgono a ruoli di comando, prendendo in mano con disinvoltura le redini del business, quando i loro uomini finiscono dietro le sbarre. Così gli affari non si fermano mai. Anzi, vanno avanti meglio di prima grazie alla proverbiale efficienza femminile.

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