Il caso di Lorenzo Banfi, imprenditore della calzatura a Parabiago, nel Milanese: pieno di debiti, aveva investito il suo denaro in un grosso hotel a Canegrate. Poi era scomparso nel nulla. Oggi, dopo anni di assenza, torna e racconta la sua storia: “Pagherò i miei debiti, vendendo tutte le mie proprietà”

23 NOVEMBRE 2017

di Lorenzo Rotella

PARABIAGO (MILANO) – Un’azienda a Parabiago e un gigantesco ecomostro a Canegrate, entrambi nel Milanese. Sono questi i due immobili che meglio descrivono l’imprenditore Lorenzo Banfi, sparito dalla circolazione anni fa dopo aver contratto una lunga serie di debiti, che hanno messo la parola fine ai suoi affari. Ma dopo tanto tempo, l’uomo ha deciso di uscire allo scoperto e di parlare in esclusiva ai nostri microfoni, diradando l’alone di mistero attorno alla sua figura e raccontando tutto.

I debiti dell’imprenditore

Lorenzo Banfi, che attualmente risiede a Milano e si reca a Parabiago solo per mantenere vivo il legame con alcuni amici di vecchia data, racconta tutti i problemi che ha dovuto affrontare nel corso degli anni: “Ora a Milano possiedo un capannone di circa 500 metri in via Magenta, due alberghi e altri due piccoli edifici. Un tempo valevano oro, avevo deciso di investire nel mattone i soldi guadagnati con la mia impresa. Erano i primi anni del nuovo millennio, tutto prometteva bene. Poi arrivò la crisi del 2008”. E con tale crisi, prosegue l’uomo, le cose non furono più le stesse: “Per la rapida svalutazione degli immobili, ora ho un grande debito con la mia banca che devo estinguere. Col mio commercialista abbiamo concordato che non c’è altra scelta se non quella di vendere tutte le proprietà in cui avevo precedentemente investito”. Tra gli edifici in questione, due sono di cruciale importanza in questa vicenda: l’omonima ditta calzaturiera ancora in piedi a Parabiago e l’ecomostro di Canegrate.

La ditta di Parabiago e l’ecomostro di Canegrate

Lorenzo Banfi comincia a esprimersi su quest’ultimo, rispondendo al sindaco Roberto Colombo che, lo scorso anno, si lamentò di non poter rintracciare l’imprenditore da nessuna parte per chiedergli cosa farne della struttura: “Per l’edificio canegratese posso dire che sono subentrato dopo il fallimento di due imprese prima di me. Col senno di poi, mi chiedo cosa pensassi di fare all’epoca, ma del resto credevo molto nel mattone come investimento. E’ chiaro che ora, lì, non si può tirare su più niente. Al sindaco Colombo non rispondo perché non ho soldi e non ci sono compratori disposti a subentrarmi: cosa dovrei dire?” Infine, la chiosa amara sulla ditta calzaturiera: “La struttura è lì intonsa perché deve essere acquistata. Col mio commercialista l’avevamo messa in vendita al prezzo di quattro milioni di euro, ma siamo dovuti scendere a tre, poi a due e probabilmente lo faremo ancora, perché nessuno avanza proposte”.