Speciale Referendum – Lombardia al voto: intervista a Fabrizio Cecchetti

fabrizio cecchetti referendum 22 ottobre 2017
Il vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia, Fabrizio Cecchetti.

Dalla Scozia alla Catalogna, lui, ci ha sempre creduto. Sì, perché Fabrizio Cecchetti (Lega Nord, vicepresidente del consiglio regionale) non ha mai smesso di parlare di regionalismo. Per questo, in questi mesi, gira come una trottola per tutta la regione e ripete sempre la stessa cosa: “Questo non è il referendum della Lega, è una grande occasione per i lombardi”

20 OTTOBRE 2017

di Ersilio Mattioni

MILANO – Cita i dati, i numeri, le cifre. Fabrizio Cecchetti (vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia) si è sforzato, in questi mesi, di non caratterizzare il referendum come una prerogativa esclusiva della Lega Nord. Per lui, l’importante è che i lombardi si rechino alle urne.

Vicepresidente Cecchetti, i detrattori del referendum dicono che non servirà a nulla, perché è soltanto consultivo. Cosa risponde?

“Che pure la Brexit era consultiva. Eppure ha provocato la caduta di un governo e sta cambiando la storia d’Europa. Non mi sembra poco”.

Ci vuole un referendum per andare a Roma a chiedere l’autonomia?

“Sì, lo dice la storia. Nel 2007 il consiglio regionale approvò a larga maggioranza una piattaforma da sottoporre al governo di centrosinistra, che prevedeva 12 nuove competenze per la nostra regione. Non successe nulla. Nel 2008 a Roma vinse il centrodestra e fu approvato il federalismo fiscale, ma i decreti attuativi, complice anche il governo Monti che arrivò nel 2011, non arrivarono mai. Questo è il punto: la contrattazione non ha mai funzionato”.

E perché dovrebbe funzionare stavolta?

“Potrebbe funzionare, perché a Roma non porteremmo un pezzo di carta votato nei palazzi, bensì il voto di milioni di lombardi e di veneti. E’ un po’ diverso. Chiunque vincerà le Politiche del 2018 dovrà tenerne conto”.

Vi hanno accusato di aver speso troppo: 50 milioni di euro, in effetti, non sono ‘bruscolini’, o no?

“Mi lasciano sempre perplesso le critiche sui costi della democrazia. In ogni caso, 22 milioni è il costo del voto elettronico, tenendo presente che i tablet acquistati resteranno poi ai comuni, a disposizione delle scuole pubbliche. Altri 28 milioni per coprire il costo della macchina elettorale, cioè dei seggi. Piuttosto, vale la pena far notare che si sarebbero risparmiati 21 milioni, se il governo avesse acconsentito all’accorpamento del referendum con le elezioni politiche del 2018. Sarebbe stato un bel risparmio, ma ci è stato detto di no”.

Quanta partecipazione al voto si aspetta?

“Non saprei. Se l’informazione avesse fatto diligentemente il proprio dovere, sarei di certo più ottimista. Per esempio, avete visto qualche spot sulla Rai? Nessuno. Me lo lasci dire: è una vergogna. Ciò nonostante, voglio essere fiducioso. Se consideriamo che alle ultime Comunali, per scegliere il proprio sindaco, si è recato alle urne solo il 50 per cento, ritengo accettabile un quorum del 30 e considero un successo tutto quello che viene in più”.

Più autonomia, più risorse. Ma per fare cosa?

“Voglio citare due dati. Il primo è il residuo fiscale della Lombardia: 55 miliardi ogni anno. Il secondo riguarda i tagli del governo alle Regione e ai comuni negli ultimi anni: 7,5 miliardi. Io credo che non si possa andare oltre. L’autonomia farà bene a tutti i cittadini, non solo ai lombardi ma anche a tutti gli italiani. E credo che se la Lombardia rivendica più competenze per gestire meglio i propri soldi, questo non possa essere considerato scandaloso, ma sacrosanto e di buonsenso”.

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