Migliaia di docenti in tutta Italia sono scesi in piazza contro la decisione di estromettere i diplomati magistrali dall’insegnamento. Ecco com’è nata la vicenda

11 GENNAIO 2018

di Alessandro Boldrini

ROMA – È stato un rientro dalle vacanze movimentato per numerosissimi bambini della scuola primaria in tutta Italia. La mattina dell’8 gennaio, infatti, migliaia di insegnanti hanno aderito allo sciopero nazionale indetto dalla sigla sindacale Saese, alla quale si sono poi aggiunti Anief, Cub e Cobas. I principali cortei di docenti sono stati organizzati a Roma, davanti alla sede del Miur e della Prefettura, a Milano di fronte all’Ufficio Scolastico Regionale e in molte altre città lungo tutto lo stivale. Gli insegnanti hanno scioperato sia per il rinnovo contrattuale sia per l’assoluta contrarietà rispetto alla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso dicembre relativa ai diplomati magistrali entro l’anno accademico 2001-2002.

La storia

Ma facciamo un passo indietro. Questa lunga vicenda ha inizio con la legge numero 296 del 27 dicembre 2006, la cosiddetta ‘rivoluzione Fioroni’, dell’omonimo ministro della pubblica istruzione del governo Prodi II. In virtù di questo decreto, le graduatorie permanenti per l’insegnamento vengono trasformate in Gae (Graduatorie a esaurimento), alle quali possono avere accesso tutti gli abilitati all’insegnamento, compresi i laureati in scienze della formazione primaria e i laureati delle Ssis (Scuole di specializzazione all’insegnamento secondario). Vengono però esclusi da questa normativa tutti i diplomati magistrali, nonostante il Ministero dell’Istruzione avesse riconosciuto il 3 marzo 1997, con l’allora ministro Luigi Berlinguer, il valore abilitante all’insegnamento di questa tipologia di diploma. Tutti questi docenti vengono dunque esclusi dalle graduatorie a esaurimento e ‘retrocessi’ nella terza fascia delle graduatorie di istituto, venendo di fatto condannati alla precarietà e senza alcuna possibilità di entrare in ruolo.

I ricorsi

A questo punto, inizia un’ondata senza precedenti di ricorsi, promossi da migliaia di docenti che si sono visti privati dei propri diritti, contro il provvedimento del ministro Fioroni. Quest’ondata viene però fermata dal parere numero 3813 dell’11 settembre 2013, con il quale il Consiglio di Stato riconosce tutti i diplomati magistrali entro l’anno 2001-2002 in possesso di un titolo sufficiente all’insegnamento. Viene dunque accolto con gioia da numerosissimi docenti italiani il decreto, apparso sulla Gazzetta Ufficiale del 15 maggio 2014, con il quale il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferma la disposizione del Consiglio di Stato e garantisce ai diplomati magistrali il passaggio nella seconda fascia delle graduatorie di istituto. Proprio in virtù di questo importante riconoscimento iniziano i ricorsi degli insegnanti presso i Tribunali del Lavoro e il Tar (Tribunale amministrativo regionale) del Lazio per chiedere di essere inseriti nelle Gae, avendo così anche la possibilità di ottenere l’agognato posto in ruolo. Nel 2015, a seguito della vittoria di molti ricorsi, 2000 precari vengono finalmente inseriti nelle graduatorie e, successivamente, molti altri vengono ammessi con riserva, avendo però la possibilità di stipulare contratti a tempo indeterminato.

La sentenza

Si tratta però soltanto dell’illusione di una vittoria. Nel dicembre 2017, infatti, il Consiglio di Stato, a seguito dell’Adunanza Plenaria del mese precedente, decide di tornare inspiegabilmente sui suoi passi, non riconoscendo più il titolo di diploma magistrale sufficiente per l’inserimento nelle Gae e aprendo così la possibilità al più grande terremoto che la scuola italiana abbia mai visto. A seguito di questa sentenza, quasi 50.000 aspiranti docenti, alcuni dei quali con contratti a tempo indeterminato e che hanno già superato l’anno di prova, vedono infatti il proprio futuro lavorativo del tutto incerto, e hanno così deciso di scendere in piazza la mattina dell’8 gennaio in difesa del diritto di cui sono stati privati.

La posizione del Miur

Lo sciopero generale, comunque, sembrerebbe aver già sortito i primi effetti, anche se le parti in causa (comparto scuola, sindacati e Miur) sembrano ancora parecchio distanti tra loro. “La sentenza non avrà alcun effetto immediato, – ha assicurato il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, commentando lo stato di agitazione degli insegnanti precari – poiché dobbiamo aspettare il parere dell’Avvocatura di Stato. Quando avremo tutte le risposte convocheremo le parti interessate e cercheremo di trovare delle soluzioni. Il Miur – ha aggiunto Fedeli – si muove con grande equilibrio, con grande attenzione e con una scelta già fatta: continuità educativa in questo anno scolastico”. Non resta dunque che attendere. Nel frattempo, però, rimane soltanto una cosa da fare: un appello al buonsenso delle forze politiche, per far sì che i diritti di migliaia di lavoratori vengano una volta per tutte tutelati.